martedì 27 settembre 2016

SE VUOI GUARIRE…

Chiunque sia spaventato dai propri lati oscuri non può procedere verso la luce. Chiunque rifiuti la propria umanità e finga di essere completamente spirituale, non è integro né integrato. Non accettare un guaritore ferito, anche se ha un nome angelico, anche se è tenuto in grande considerazione dagli altri. Trovati una guida che non abbia un’agenda di lavoro. Qualcuno che ti dica: “Sì. Ci sono passato. Conosco grossomodo la strada, ma non so esattamente cosa ti aspetta. Tutto ciò che posso fare è accompagnarti, aiutarti a entrare nell’ombra e stare a vedere ciò che accade. Tutto ciò che posso fare è “l’amico”, non “l’esperto”. Non c’è nessun esperto.

Ci sono semplicemente persone che hanno compiuto il viaggio e persone che non l’hanno fatto. Coloro che sono arrivati in fondo non assumono un ruolo professionale. Sono stati resi umili dal loro viaggio. Coloro che il viaggio non l’hanno fatto fanno affermazioni tronfie, che vanno in pezzi la prima volta che s’identificano con te e che i loro pulsanti vengono premuti. Chi ha fatto il viaggio fino all’inferno ed è tornato indietro non smania per il cielo. Non appartiene al regno delle favole. Odora di fuoco e di terra. La sua fronte è solcata dalle rughe, perché per secoli è stata sott’acqua. La sua bellezza è quella della terra. E’ una principessa segnata dal tempo, una madre, non una sposa dal candore virginale. Per risorgere, per salire al cielo, prima devi incontrare il diavolo, a testa alta. Non lo troverai, se continui a cercarlo negli altri. Se non credi nella tua esistenza, significa che non ti sei dato la pena di cercarlo dentro la tua mente. Il diavolo è la tua stessa presenza angelica, dissacrata. E’ la tua dimenticanza, la tua violenza nei confronti di te stesso. E’ colui che è ferito, crocifisso, l’angelo caduto dal cielo al letamaio, nella forza selvaggia dell’incarnazione terrena. Lui è te, più di quanto non lo sia il tuo io angelico. Il tuo io angelico è etereo, come l’aria. 

Non è di questa terra. Non può elevarsi rispetto a ciò che non ha mai incontrato. Il diavolo è di questa terra. La tua mente, il tuo ego è il creatore della terra, con tutto il suo dolore e la sua bellezza manifesti. Non respingere la tua creazione prima di essere arrivato a conoscerla. Cammina sotto la pioggia. Bruciati sotto il sole. Rotolati nel fango. Assapora tutto pienamente. Non cercare di lasciare questo mondo prima di essere pronto. La necessità di partire segnala la totale dipendenza dallo stato di dolore. Devo dirti francamente che non c’è nessun posto dove andare. E’ così. Non puoi andartene, uscire dalla tua stessa creazione. 

Devi muoverti in essa, essere con essa e imparare ad allontanarla da te. Dio non verrà come salvatore, a liberarti da un mondo che ti sei creato da solo. Questa è una vecchia soluzione paradigmatica. Non ti dà alcun potere. Anche se fosse possibile, non sarebbe nel tuo interesse. Dio arriva attraverso il tuo gesto di accettazione nei confronti della tua mente. Arriva nell’amore e nella compassione che porti a colui che è ferito, dentro e fuori. Arriva quando ti chini ad abbracciare le ali scure che si muovono piano, di fronte alla porta chiusa della tua paura.

 Queste ali non potranno farti male. Nessuno è dissacrato, per quanto grande sia la ferita che ha dentro. Nessuno viene derubato della sua innocenza, per quanto grave sia l’abuso che ha fatto o ricevuto. Devi vedere attraverso quel colore scuro, ed entrare nel calore di quelle ali. Qui c’è una porta che conduce diritto al cuore. Entra nel tuo dolore! Non puoi arrivare a Dio se non attraversi la notte oscura dell’anima. 

Tutte le tue paure, i tuoi motivi di vergogna, devono essere innalzati. Tutti i tuoi sentimenti di separazione devono venire a galla per essere curati. Come puoi risorgere dalle ceneri del tuo dolore, se prima non lo riconosci? Coloro che fingono di non avere ferite non inizieranno mai il viaggio spirituale. Coloro che aprono la ferita e fustigano se stessi o gli altri non faranno più di un passo nel processo di guarigione. Se vuoi guarire, ricorda, lascia affiorare il dolore. Guarda la tua ferita, riconoscila. Sii con essa e lascia che essa t’insegni.»

Paul Ferrini – “Il Silenzio del Cuore”

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Il Silenzio del Cuore
Riflessioni dalla mente di Cristo
Voto medio su 9 recensioni: Da non perdere

lunedì 26 settembre 2016

Paura della solitudine?

No, l’uomo pre-moderno non la temeva, perché la vita gli riempiva a sufficienza l’esistenza, con i suoi ritmi naturali, con i suoi quotidiani contatti sociali. Nei villaggi rurali non si era mai soli: si è soli, invece, nelle grandi città moderne. E più grande è la città, più grande il grattacielo, più grande la villa con giardino e piscina, più si sente il peso della solitudine.

La solitudine è una malattia moderna, che nasce dall’individualismo esasperato, dall’egoistica corsa al successo, dalla competizione sfrenata di tutti contro tutti.Si è soli, quando intorno a sé non si hanno più dei simili, ma solo e unicamente dei potenziali antagonisti. Si è soli, quando il rumore delle cose inutili non basta a riempire il silenzio dell’anima.

Ecco perché gli uomini moderni, appena rientrati a casa dopo una giornata faticosa, stressante, per prima cosa accendono la radio o la televisione: sono come dei drogati, non possono vivere senza quantità sempre più grandi di rumori superflui, di voci inutili. Non sono capaci di stare soli con se stessi nemmeno per qualche ora, per qualche minuto: perché non sono in pace con se stessi, non sono in armonia con se stessi,non si vogliono bene, non si ascoltano e non si comprendono. Sono continuamente fuori centro, continuamente protesi verso l’esterno: ma chi non è in pace con se stesso, non può esserlo nemmeno con gli altri. Né con l’ambiente. Né con Dio. È in guerra contro tutto e contro tutti, ogni giorno, ogni ora, senza tregua né respiro, mai.

L’uomo moderno ha paura, anzi terrore della morte, della povertà e della solitudine, perché non accetta la propria condizione creaturale, la propria fragilità, la propria finitezza ontologica. Vorrebbe essere simile a un dio, perché gli dei non sono soggetti alla morte, non sono indigenti, non soffrono di solitudine; sono eternamente beati.

Anche l’uomo moderno vorrebbe essere eternamente beato. La cultura illuminista, della quale è figlio, gli ha instillato il pensiero che la felicità è un suo diritto e che egli può raggiungerla adoperando la ragione, ossia liberandosi da tutte le sciocche e dannose superstizioni del passato, dai miti, dalle tradizioni, dalle religioni, dalle credenze irrazionali; ma la sua idea di razionalità è angusta e presuntuosa, coincide con una assolutizzazione della scienza materialista: è un nuovo credo religioso, ma capovolto e assai più intollerante di quello che pretende di sostituire.

«I want to be happy», voglio essere felice: è la bandiera sotto la quale marciano in ranghi serrati, al suono dei pifferi e al rullo dei tamburi, le folle della modernità; e pochi, molto pochi sembrano domandarsi come mai questa promessa felicità sia sempre dietro l’angolo, sia sempre un po’ oltre tutti i loro sforzi, tutte le loro aspettative. I più ritengono che sia solo questione di tempo, che basti ancora un ultimo sforzo, che la prossima generazione, senza fallo, non dovrà temere più né la morte, né la povertà, né la solitudine, e che il regno della felicità verrà instaurato vittoriosamente sulla terra.

Ma non è così. Il regno della felicità non è dietro l’angolo; o se lo è, lo è come conquista della singola persona, non come retaggio della filosofia dei lumi, o della scienza, o della tecnica. Lo è come risultato di un percorso individuale, fatto di umiltà e coraggio; come punto d’arrivo di un cammino che ha rinunciato alle ingannevoli promesse della cultura materialista e che ha imparato a comandare sopra le proprie brame disordinate.

Dovremmo imparare dai nostri nonni e da tutte quelle culture che non erano dominate dalla triplice paura della morte, della povertà e della solitudine. Non occorre essere dei samurai, meno ancora dei kamikaze, per non lasciarsi dominare dalla paura della morte: è sufficiente la coscienza di una vita ben spesa, amando e non odiando, costruendo e non distruggendo, perdonando e non serbando rancore.

Non occorre essere dei santi, come Francesco d’Assisi, per guardare alla povertà non come a una odiosa nemica, ma come a una sposa degna d’essere amata: basta sapersi staccare dal dominio tirannico dell’avere, dal ricatto permanente dell’apparire. E non è necessario andare a vivere in un eremo o in un monastero di clausura, per mostrare di non aver paura della solitudine: è sufficiente l’abitudine al raccoglimento, alla meditazione, al silenzio; è sufficiente saper ascoltare le voci che ci parlano nel silenzio, specialmente quella del Maestro interiore.

Quando sapremo vedere nella morte una “sorella” che ci viene incontro per dare sollievo alle nostre membra affaticate dal lungo cammino; nella povertà una sposache ci aiuta a riscoprire le cose importanti, le cose essenziali, liberandoci dalle illusorie apparenze; quando saremo capaci di vedere nella solitudine un’amica preziosa, che ci aiuta a ritrovare la parte più vera di noi stessi, a ritrovare il profumo e il sapore della vita autentica: allora troveremo la pace; perché chi è libero dalla paura, è nella pace.

Chi è nella pace, non si turba e non si spaventa al primo soffio di vento: anche se soffre, anche se è povero, anche se è solo. Essere nella pace, infatti, non vuol dire non soffrire più: il malato soffre, colui che ha perso la persona amata soffre, e soffre chi è oppresso da preoccupazioni; però tutti costoro possono dare un significato diverso alla loro tribolazione.

Non è la sofferenza che va fuggita, ma la sofferenza sterile, disperata, che incattivisce, inaridisce, disumanizza. Si può portare la propria croce anche con un senso di pace. Ed è questo che si riesce a fare, quando ci si è liberati alla paura…

Articolo di Francesco Lamendola
Rivisto da www.fisicaquantistica.it

http://www.fisicaquantistica.it/evoluzione-personale-e-consapevolezza/vincere-le-tre-paure-delluomo-moderno-morte-poverta-solitudine


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domenica 25 settembre 2016

L’installazione estranea


Carlos: «Ma come ci riescono, don Juan? Ci sussurrano queste cose all’orecchio mentre dormiamo?».
Don Juan: «Certamente no. Sarebbe idiota! Sono infinitamente più efficienti e organizzati. Per mantenerci obbedienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stu- penda, naturalmente dal punto di vista dello stratega. Orrenda nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la loro mente!

Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente che è la no- stra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre timo- roso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene...

Le nostre meschinità e le nostre contraddizioni sono il risultato di un conflitto trascendentale che affligge tutti noi, ma di cui solo gli sciamani sono dolorosamente e disperatamente consapevoli: si tratta del conflitto delle nostre due menti.

Una è la nostra vera mente, il prodotto delle nostre esperienze di vita, quella che parla di rado perché è stata sconfitta e rele- gata nell’oscurità. L’altra, quella che usiamo ogni giorno per qualunque attività quotidiana, è una installazione estranea». 


Don Juan spiega che gli sciamani possono sconfiggere l’installazione estranea attraverso una vita d’impeccabilità (l’uso strategico dell’energia), perché la disciplina strema in modo incommensurabile la mente aliena. 

La disciplina e la sobrietà sono qualità della consapevo- lezza che rendono la patina di splendore dell’uovo luminoso sgradevole al gusto del volador.

Ogni volta che si interrompe il dialogo interiore e si entra nel silenzio interiore si affatica la mente del predatore in modo così insostenibile che l’installazione estranea fugge. Successivamen- te essa ritorna, ma indebolita. Attraverso ripetuti stati di silen- zio interiore l’installazione estranea prima o poi viene sconfitta e non torna.

Ogni volta che si interrompe il dialogo interiore, il mondo così come lo conosciamo collassa e affiorano aspetti di noi del tutto straordinari, come se fino a quel momento fossero stati sorvegliati a vista dalle nostre parole.

Don Juan sostiene che il giorno in cui la mente estranea ci abbandona è il giorno più triste e difficile, poiché siamo costretti a contare solo sulle nostre forze e non c’è più nessuno a dirci cosa dobbiamo fare. Dopo un’esistenza di schiavitù, la nostra vera mente è molto debole e insicura e deve ritrovare la sua identità.
La via tolteca fornisce agli amanti della libertà tantis- sime tecniche pratiche per uscire dalla prigione della vita quotidiana: le arti dell’intento, dell’agguato e del sognare, la tecnica della ricapitolazione e i Passi Magici (Tensegrità).


avrah ka dabra - creo quel che dico
 



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PARLA CON CHI NON PUOI PARLARE: E' UNA POTENTE PRATICA DI LIBERAZIONE

Ho tradotto questo interessante articolo, credo che sia utile.
Personalmente, uso questa tecnica da anni, mi era venuto d'istinto. Avevo scritto soprattutto ai deceduti, ai miei cari, inclusi i gatti. E' veramente un atto di purificazione. Certe volte un incomprensibile imbarazzo ci impedisce di dire "ti voglio tanto bene", soprattutto se hai avuto un'infanzia senza molte coccole e sei abituato a tenere i sentimento dentro.
..................
Ciascuno di noi conosce la situazione: i rapporti con una persona sono troncati, ma i sentimenti, i pensieri, le parole destinati a lui/lei traboccano.
I rapporti finiscono i modo diverso: a volte si spengono da soli senza conseguenze, perché hanno esaurito l'energia. A volte si interrompono nonostante non siamo pronti a troncarli.
Esempi: un amico/partner vi abbandona. Siete stati licenziati all'improvviso. Una persona muore...
Proprio un cambiamento repentino lascia un gran numero delle reazioni in sospeso. Non sono state dette le parole che si sono accumulate nel corso degli anni, non è smaltita la reazione stessa alla rottura.
L'impossibilità di dialogo, per varie ragioni, potrebbe tormentare una persona per anni; molti pronunciano dentro di se dei dialoghi mai avvenuti. E la conversazione potrebbe non avere mai luogo...
Che fare, in questo caso?
Scrivete una lettera. Non la scriverete per spedirla, ma per aiutare se stessi a liberarsi dai monologhi mentali, dai forti sentimenti che influenzano la vostra vita.
Uno dei vantaggi di tale messaggio è che potete scrivere ciò che volete, in una forma per voi comoda. Potete chiedere perdono, potrete scoppiare e arrabbiarvi, potete dichiarare l'amore.
La lettera vi fornisce anche questo vantaggio: mette tutto al posto giusto.
Scrivete la vostra lettera a mano, sulla carta
Se questa idea vi ha ispirato, scegliete il posto e l'ora, di modo che nessuno possa disturbarvi. Questo fatto ha la sua importanza: potreste vivere dei forti sentimenti, potreste piangere anche.
La lettera potrà essere lunga o corta, avere una riga sola. Scrivete del vostro dolore, della vostra rabbia, delle vostre delusioni - non ci sono limiti.
Cosa fare adesso?
Decidetelo voi. E' meglio non conservarla. E' possibile fare un rito della "cremazione", in molte culture le fiamme sono viste come purificatorie. In più, quando una vostro intimo muore, per quanto sembri mistico, bruciare la lettera significa "recapitarla" laddove le lettere non si spediscono.
Spero che questa tecnica possa aiutare molte persone nelle situazioni quando non potete far conoscere i vostri sentimenti a coloro che per voi sono importanti.


(Tamila Dnischeva, http://tamila_dnisheva.yvision.kz)


Olga Samarina  FB


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giovedì 22 settembre 2016

AKASHA: L' ARCHIVIO UNIVERSALE, IL LIBRO DELLA VITA

Akashico è un termine derivato dalla parola sanscrita "Akasa" che si riferisce a un'essenza indeterminata quale lo spazio o l'etere.


È un luogo spirituale che funge da memoria centrale di tutte le informazioni di ogni individuo che abbia mai vissuto su Gaia e nel cosmo. Più che un semplice contenitore di eventi, l’Archivio Akashico contiene ogni azione, parola, sentimento, pensiero e intenzione che sia mai avvenuto in qualsiasi momento della storia mondiale. Al contrario di un semplice magazzino di memoria, questo Archivio Akashico è interattivo, poiché esercita una grandissima influenza sulla nostra vita di ogni giorno, le relazioni, i sentimenti, i sistemi di credenze e le realtà potenziali che attiriamo su di noi.

L’Archivio Akashico contiene l’intera storia di ogni anima, sin dall’alba della Creazione. Questo archivio ci connette tutti gli uni agli altri, e contiene ogni simbolo archetipo o racconto mitologico che abbia mai influenzato profondamente il comportamento e le esperienze dell’uomo.

L’archivio Akashico ispira i sogni e le invenzioni, provoca l’attrazione o la repulsione tra gli esseri umani, modella e foggia i livelli della consapevolezza umana, costituisce una porzione della Mente Divina, è il giudice e la giuria imparziali che cercano di guidare, educare e trasformare ogni individuo per farlo evolvere al meglio delle sue possibilità, e infine incarna una matrice fluida e sempre mutevole di futuri possibili che diventano attuali quando noi esseri umani interagiamo e impariamo dai dati che si sono già accumulati.

L’archivio dell’Akasha o Mente Cosmica è, riducendo al minimo, il Grande Archivio Cosmico di tutti i fatti avvenuti da sempre; è una sorta di memoria di Dio, la somma di tutte le memorie.

Un individuo che va molto al di là del proprio corpo emozionale sperimenta l’unione col Sé ed a quel punto gli si apre la connessione con l’archivio dell’Akasha; quando si è nell'Akasha, non si è più sé stessi, ma si diviene il Tutto. Poiché l'Akasha è la "personalità" del Tutto, ecco che si possono ri-vivere delle cose che sono accadute migliaia di anni fa come se le avessimo vissute noi stessi, poiché quando si è nell'Akasha si è Dio.

È una cosa che va molto al di là di una liberazione dal corpo emozionale: è un fatto di livello di coscienza elevatissimo. Questa è una condizione essenziale per contattare l'Akasha.

L'accedere alle informazioni dell’Akasha richiede un armonizzarsi alle vibrazioni speciali sia del deposito che dell'informazione. L'informazione non è alla portata di tutte le anime. Quando un'anima è qualificata all'accesso di ulteriori informazioni contenute negli archivi akashici, l'otterrà, mai prima.

Secondo H. P. Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, l’Archivio Akashico è molto di più che un semplice elenco statico di dati che un essere umano può raccogliere qui e là; piuttosto, l’Archivio esercita un’influenza continua e creativa sul presente:

Akasha è uno dei principi cosmici e un soggetto plastico, creativo nella sua natura fisica, immutabile nei suoi principi più elevati. È la quintessenza di tutte le possibili forme di energia, materiale, psichica o spirituale; inoltre, contiene in sé i germi della creazione universale, che fiorisce sotto l’impulso dello Spirito Divino.

Rudolf Steiner, il filosofo, pedagogista e fondatore della Società Antroposofica nato in Austria, possedeva la capacità di ricevere informazioni da oltre il mondo materiale: un “mondo spirituale” che per lui era tanto reale quanto per gli altri lo era il mondo fisico. Steiner affermava che la capacità di percepire questo altro mondo poteva essere sviluppata, rendendo un individuo capace di scorgere eventi e informazioni in tutto e per tutto concreti come quelli presenti:

...l’uomo è in grado di penetrare alle origini eterne delle cose che svaniscono con il tempo. In questo modo, egli amplia la sua facoltà cognitiva se, per quel che riguarda la conoscenza del passato, non si limita alle evidenze esteriori. Poi egli può vedere negli eventi non percepibili ai sensi, quella parte che il tempo non è in grado di distruggere. Egli passa dalla storia transitoria a quella non-transitoria. È un fatto che questa storia sia scritta in caratteri diversi rispetto a quella ordinaria. Nella gnosi e nella teosofia viene chiamata la “Cronaca Akashica”... Al non iniziato, che non è ancora in grado di fare l’esperienza di un mondo spirituale separato, è facile che l’iniziato sembri un visionario, se non qualcosa di peggio. Chi ha acquisito la capacità di percepire il mondo spirituale arriva a conoscere gli eventi passati nel loro carattere eterno. Questi ultimi non stanno di fronte a lui come la morta testimonianza della storia, bensì appaiono pieni di vita. In un certo senso, ciò che è avvenuto ha luogo davanti a lui.

(pleias.bravehost.com)

Advanced Mind Institute Italia

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Se soltanto volessimo risvegliarci!


Se soltanto volessimo risvegliarci! Ecco il senso dei tanti esercizi proposti in questo libro. Dalla prigione senza sbarre che è la mente che il predatore ci ha installato, è possibile uscire lavorando con determinazione su di sé.

La mente del predatore non vuole e non può interrompere l’incessante dialogo interiore, essa mira invece a man- tenerlo costantemente attivo e puntato su deliri associativi che lo tengono in funzione a ritmo continuo come una radio di pessima lega: «Che palle, piove di nuovo, sono tre giorni che piove e devo andare in banca a depositare i soldi, chissà se c’è ancora quel tipo lento allo sportello, mi ricorda mio zio, poveraccio, chissà se hanno accettato la domanda di adozione di Giuseppe, in italia è proprio vero che non si può fare niente, chissà quanto gli costa tutta quella faccenda... speriamo non porti a casa un bimbo con le orecchie a sventola, sennò sai quanto lo prendono in giro a scuola... ho preso il pane per stasera? mannaggia, forse è meglio se me lo scrivo, dove ho messo la penna? ho abbastanza benzina?...». E avanti così, un’assurdità dopo l’altra a macinare lamentele e sterili considerazioni.

Come fa la mente a imprigionarti nelle trame delle sue infinite idiozie associative?
a) Attraverso l’ininterrotto fluire del dialogo interiore con predilezione verso pensieri confusi, ansiogeni, e in generale negativi come il ricordare cose dolorose del passato e il pre- occuparsi per l’incertezza del futuro.
b) Attraverso una marcata inclinazione all’autosvalutazione e all’autosabotaggio.
c) Attraverso l’uso sciaguratamente continuo e creativo della lamentela.
d) Attraverso il giudizio critico verso sé, gli altri, le situazioni e le cose.
e) Attraverso l’arte di raccontarsela razionalizzando tutto secondo criteri irreali.
f) Attraverso la fuga da tutto ciò che è intenso, appassionato, libero e irrazionale.
g) Attraverso il rifiuto dell’azione disciplinata rivolta verso la realizzazione creativa.
h) Attraverso l’attaccamento ad abitudini stereotipate, ad automatismi compulsivi e a schemi rigidi.
i) Attraverso il mantenimento di sé nel senso di colpa per qualunque cosa.
l) Attraverso la permanenza in un continuo stato di paura.


L’essere umano viene tenuto in scacco proprio sovrali- mentando la mente di superficie con un’infinità di pensieri confusi, irreali, inutili in grado di produrre soltanto le emo- zioni a bassa frequenza energetica citate più sopra. Si tratta di un funzionale insieme di manovre strategiche e di azioni così devastanti da riuscire a farci dimenticare efficacemente chi siamo e da farci rimanere addormentati.

avrah ka dabra - creo quel che dico


La via del Transurfer - https://faregruppo.blogspot.it

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Avrah Ka Dabra - Creo quel che Dico
Vivere una vita felice risvegliandosi al Momento Presente
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mercoledì 21 settembre 2016

L'inferno esiste dentro di te, nel tuo non essere meditativo


Per l'uomo che non è in grado di vivere con se stesso l'altro è un bisogno, un bisogno assoluto poiché, quando si trova da solo con se stesso, si annoia: è così annoiato dalla propria presenza che vuole un qualsiasi impegno con qualcun altro. E poiché è un bisogno, diventa una dipendenza: devi dipendere dall'altro. Poiché diventa una dipendenza, ecco che odii, ti ribelli, opponi resistenza, in quanto si tratta di una schiavitù. La dipendenza è una sorta di schiavitù, e nessuno vuole essere uno schiavo.

Un uomo incontra una donna poiché non è in grado di vivere da solo. Anche la donna non lo è, per questo vuole incontrare un uomo, altrimenti non ce ne sarebbe bisogno. Entrambi sono annoiati da se stessi ed entrambi pensano che l'altro li aiuterà a liberarsi dalla noia.

Certo, all'inizio sembrerà così, ma solo all'inizio. Man mano che la relazione si stabilizzerà, e ciò accadrà ben presto, i due vedranno che la noia non è affatto stata distrutta; anzi, non solo è raddoppiata: è moltiplicata.
È successo questo: prima erano annoiati con se stessi, adesso lo sono anche con l'altro, poiché più ti avvicini a lui, più lo conosci, più l'altro in pratica diventa una parte di te.
Ecco perché, se vedi una coppia annoiata camminare di fianco a te, puoi essere certo che i due sono sposati. Se non sono annoiati, puoi essere certo che ancora non lo sono: quell'uomo potrebbe camminare con la moglie di qualcun altro, ecco perché sprizza di gioia!

Quando due persone sono innamorate - quando l'uomo ancora non ha sedotto la donna, e quando la donna ancora non si è convinta a vivere per sempre con l'uomo -, entrambe fingono una gioia straordinaria. E qualcosa in quella gioia è anche vera, poiché l'uomo spera: «Chissà? Potrei liberarmi dalla mia noia, dalla mia angoscia, dalla mia ansia, dal mio senso di isolamento. Questa donna potrebbe aiutarmi» e la donna spera la stessa cosa. Ma, non appena si è insieme tutte
quelle speranze scompaiono, e di nuovo si precipita nella disperazione. Adesso
si è ancora annoiati, e il problema è centuplicato... ebbene, come liberarsi da questa donna?
Poiché non sei meditativo, hai bisogno degli altri per tenerti occupato. E
poiché non sei meditativo, non sei neppure in grado di amare, infatti l'amore è
una gioia che straripa. Se sei annoiato con te stesso, che gioia potrai mai condividere con l'altro? Di conseguenza, anche stare con lui diventa un inferno.
In questo senso, Jean-Paul Sartre ha ragione: l'altro è l'inferno. In realtà non è così, sembra solo che lo sia. 

L'inferno esiste dentro di te, nel tuo non essere meditativo, nella tua incapacità di stare solo ed essere estatico. Ed entrambi i partner sono incapaci di stare soli ed essere estatici; ebbene, entrambi staranno alla gola dell'altro, alla continua ricerca di un po' di felicità da succhiare, da strappare in modo famelico.

Osho con te o senza di te



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martedì 20 settembre 2016

la libertà è il criterio




Fa' in modo che questo sia il tuo criterio: la libertà è il criterio; l'amore ti
da libertà, ti rende libero, ti affranca e quando sarai completamente te stesso, proverai gratitudine per la persona che ti ha aiutato. Quella gratitudine ha
qualcosa di religioso, senti nell'altra persona qualcosa di divino. Lui, o lei,
ti hanno reso libero e l'amore non si è trasformato in possessività.
Quando l'amore si deteriora, diventa possessività, gelosia, lotta per il potere, politica, dominio, manipolazione e migliaia di altre cose, tutte orribili.
Quando l'amore si libra alto nel più puro dei cieli è libertà, libertà totale;
allora è moksha, libertà assoluta.
Tu chiedi: L'amore reale, da ciò che dici, mi sembra associabile alla ricerca dell'Assoluto: solo realizzandolo si può trovare completezza e piena
realizzazione. Ma questa ricerca è individuale: come spiegare dunque il ruolo di completamento giocato dall'amato - di cui parla il Tantra, per esempio -
rispetto alla ricerca del nostro Sé?
Il Tantra è l'amore più puro. Il Tantra è la metodologia tesa a purificare
l'amore da tutti i suoi veleni. Se sei innamorato, dell'amore di cui io sto
parlando, il tuo stesso amore aiuterà l'altro a raggiungere la propria
integrità. Il tuo stesso amore diverrà per l'altro una forza in grado di
cementare. Nel tuo amore l'altro si cristallizzerà, perché gli porterà libertà;
all'ombra del tuo amore e sotto la sua protezione l'altro comincerà a crescere.
Ogni crescita ha bisogno d'amore, ma di amore incondizionato. Se l'amore reca in
sé delle condizioni, la crescita non può essere totale, perché quelle condizioni saranno di ostacolo. Ama incondizionatamente! Non chiedere niente in cambio.

Osho




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domenica 18 settembre 2016

La Vertigine di Scoprirsi Dio


In un mondo in cui si dicono molte bugie e menzogne, la verità fa scandalo. Vero è invece che la verità parla attraverso una sola voce. Siamo noi che abbiamo poche orecchie per ascoltarla.

Eccola.

«Io sono Dio, ma anche tu lo sei: devi solo diventarne consapevole ». Certo, la cosa crea turbamento, ma la vertigine passa quando si capisce che il messaggio significa: “La nostra essenza è la stessa”. E poi: “Se uno trova se stesso, il cosmo è nulla di fronte a lui”. Queste parole di Gesù sembrano fatte apposta per chi trasale e si domanda: «Ma come, io sono Dio?».

Diceva Giovanni Papini, scrittore e aforista italiano: «DIO È ATEO». L’affermazione a quell’epoca destò un enorme scalpore e l’opera da lui scritta nel 1912 Le memorie d’Iddio gli costò un processo per oltraggio alla religione.

In realtà, se ci si pensa bene, sembra un’enormità blasfema affermarlo, ma effettivamente DIO È ATEO. Infatti, l’uomo che si è riconosciuto in Dio, non ha più bisogno di credere in Lui. È Lui e basta. Ma non in senso religioso come intende la dottrina della Chiesa tradizionale, ma in senso spirituale come intendeva Gesù: «IO e il Padre siamo UNO».

Per cui anche un qualsiasi fedele lo è, altrimenti Gesù non avrebbe detto: «Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda» (Gv 17,21).

Ecco perché è giusto che la fede ce l’abbia chi è nel dubbio e si trova ancora sul piano della ricerca, ma la certezza di averla superata tramite la realizzazione, non si può screditarla, perché essa ne è il suo naturale approdo.

Viceversa, cosa dire: era ateo anche Gesù quando diceva: «IO e il Padre siamo UNO» (Gv 10,30)? Aveva bisogno Gesù di credere in Dio, se già lo conosceva e se già sapeva di essere LUI? Secondo i Giudei sì, tant’è che lo volevano lapidare per bestemmia, nonostante Egli andasse dicendo loro: «Non è forse scritto nella vostra legge: “Io ho detto: voi siete dèi?”». L’unica differenza è che Egli lo sapeva, mentre loro no. E la scrittura non può essere annullata.

Infatti le più antiche scritture del mondo, da cui lo stesso Gesù ha attinto le parole della sua predicazione e da cui hanno attinto tutte le scritture che hanno dato luogo alle attuali 180 religioni oggi esistenti nel globo, sono le sacre scritture himalayane (Veda/Vedanta, soprattutto l’Advaita, il non-due).

Lì è scritto: «È bene nascere nella religione, ma non è bene morirci». Ogni religione parla di un Dio ente, locale, topograficamente misterioso e trascendente, addirittura antropomorfo, per quanto riguarda la nostra (si pensi alla Cappella Sistina). La spiritualità no, parla di Divinità.

Ora, tra religiosità e spiritualità c’è una differenza abissale. La religione ci guida a cercare Dio fuori da noi. La spiritualità invece fa l’esatto contrario: ci orienta a cercarlo dentro di noi.

E anche qui.

Non è stato forse detto da Gesù: «Il regno dei Cieli è dentro di te»? E dove avrebbe attinto Egli tanta illuminazione se non da quel “TA TWAM ASI”, ovvero “TU SEI QUELLO” che è la base del pensiero orientale universale? Ma non è forse vero che “se vuoi sapere che cos’è l’eternità, ovunque tu vai ci sei già?” (altro messaggio universale di origine sufica).

Dove va a distinguersi la goccia rispetto all’oceano? Non è forse vero che essa è tutto un fondersi in seguito alla sua estrazione da una stessa fonte?

Oggi persino le neuroscienze e la fisica quantistica, con un ritardo di 5000/7000 anni rispetto ai testi himalayani, si sono accorte che Osservatore e Osservato sono la stessa cosa, cioè fatti della stessa ESSENZA universale. Si può pensare davvero allora che i terroristi (per esempio i martiri musulmani che si immolano in nome di Allah o come facevano i crociati in nome di Dio) e i feroci assassini di ogni specie di tutto il mondo si sarebbero macchiati di tanti orrendi delitti, facendosi esplodere o seminando vittime dappertutto, se “QUALCUNO” avesse spiegato loro che essi non dovevano credere di avere, ma di essere Dio (e non nel senso di persona/individuo, ovviamente, ma di totalità indissolubile)? Che uccidere l’altro, il nemico (inesistente), in realtà significava uccidere se stessi?

Ecco l’AMORE assoluto che predicava Gesù. E nessun Gesù al mondo ha mai fondato religioni, che sono invece istituzioni umane relative, costruite intorno a un personaggio divino.

Esse sono tutte necessarie, ovviamente, ma anche a termine, come lo può essere il racconto “forzato” di Babbo Natale per un bambino di 10 anni, non ancora maturo, il quale andrebbe sicuramente in crisi se gli fosse proposto di concepire un Dio diverso da quello così infantilmente religioso qual è quel GRANDE PADRE irraggiungibile che il catechismo gli ha insegnato ad adorare.

Ora, è normale che il bambino/uomo, non avendo ancora completato la sua maturazione evolutiva e cerebrale per fronteggiare il mistero della VITA, a causa del suo ego ancora acerbo (“il suo bambino difficile”), si appoggi a una CREDENZA IMMAGINARIA, a un GRANDE PROTETTORE MAGICO che lo rassicuri e lo consoli, liberandolo dalle sue paure, in primis da quella della morte (inesistente).

Come potrebbe egli essere in grado, infatti, di recepire una diversa informazione?

E ciò spiega il perché per accedere alla spiritualità dell’IO SONO (ciò che non crediamo di essere, perché la cosa ci crea uno shock coscienziale, una rivoluzione individuale e una vertigine interiore) debba prima passare per la porta della religiosità.

È normale.

Paradossalmente “normale” è anche che la Chiesa di Roma abbia potuto compiere un massacro di duecento milioni di persone dichiarate eretiche nel corso dei secoli. È il prezzo pagato dall’umanità per la rivelazione, per far cadere il velo dell’insapienza – il termine “ignoranza” ha troppi nemici – per arrivare a capire il Chi sono Io.

Ma è meno normale che una volta che si è andati oltre i giorni dell’evoluzione dell’adolescenza umana e si siano ormai raggiunti gli anni della maturità, si continui a rimanere nel mondo dei sogni e della fantasia, luogo in cui si rischia la morte. Perché a continuare a vivere nell’astrazione del trascendente ci si condanna a vivere sicuramente da morti.

È sperabile quindi che a chi denuncia tutto questo possa essere risparmiato il rischio di essere proposto per un urgente ricovero in una struttura da neurodeliri o per un trattamento sanitario obbligatorio.

In fondo, davanti al patibolo del dogma dualistico “io e Dio” cui la gente è stata per secoli costretta a genuflettersi per riscattare peccati e tabù di ogni genere, il concetto dell’UNO, che ne fa una totalità, ci aiuta a superare certi spauracchi paralizzanti.

Pertanto, forse non sarebbe male se a tutti gli allievi, studenti e studentesse, di ogni ordine e grado del nostro sistema di istruzione scolastica, anziché perdere tanto tempo con delle speculazioni teologiche/relativistiche di idee che hanno fatto la loro epoca, si dicesse loro onestamente: «Ricordatevi ragazzi, che la scienza (e la teologia) sono campi del sapere dove si impara e si insegna, ma la conoscenza si “elabora”, e nessun altro al mondo potrà farlo al posto vostro e meglio di voi per voi stessi».

Una direttiva del genere sarebbe il miglior viatico nella disponibilità di un insegnante di orientare i giovani verso la ricerca della realtà ultima delle cose, onde agire per il cambiamento profondo della società, vale a dire nel pragma (da pragmatos, “fatto”) dell’azione fattiva e concreta.

Compito infatti di un vero insegnante e dell’educazione moderna non dovrebbe essere quello di creare solo degli ottusi istruiti o degli ignoranti eruditi, ma di produrre in primis una coscienza che sia realmente umana.

Vittorio Marchi


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La Vertigine di Scoprirsi Dio