domenica 23 luglio 2017

Infine sei stato fatto uomo ...

Dal momento in cui sei venuto al mondo,
una scala è stata posta dinanzi a te
per permetterti di evadere.
Prima eri minerale, poi sei diventato pianta,
dopo sei diventato animale;
come ignori!
Infine sei stato fatto uomo,
dotato di conoscenza, di senno e di fede.
Considera questo corpo estratto dalla polvere,
quale perfezione ha acquisito!
Quanto eri trascendente, nella condizione
di uomo!
Sai, senza alcun dubbio tu diventerai un angelo:
allora finirai nella terra e la tua dimora sarà
l'immenso cielo.
Oltrepassa anche la condizione angelica,
entra in quest'oceano, finchè la tua goccia d'acqua
diventerà un mare.


Gialal al-Din Rumi

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La conoscenza di sé.

“Quanto più conoscete voi stessi, tanto più c’è chiarezza.”
“Ora, per favore, ascoltate con attenzione, perché vi siete fatti delle idee strane sulla conoscenza di sé – che per ottenerla dobbiate esercitarvi, dobbiate meditare, dobbiate fare ogni genere di cose. È molto semplice, signori. Il primo passo è l’ultimo nella conoscenza di sé, l’inizio è la fine. Il primo passo è ciò che conta, perché non è cosa che possiate apprendere da un altro. Nessuno può insegnarvela, dovete scoprirla da soli; deve essere una vostra scoperta e quella scoperta non è qualche cosa di tremendo, di assurdo; è semplicissima.
In fin dei conti, conoscere voi stessi è osservare la vostra condotta, le vostre parole, quel che fate in tutti i rapporti quotidiani; questo è tutto. Cominciate con ciò e vedrete come sia straordinariamente difficile essere consapevoli, anche solo osservare il vostro modo di comportarvi, le parole che usate col vostro domestico, col vostro capo, l’atteggiamento che avete nei confronti della gente, verso le idee e le cose.
Esaminate i vostri pensieri, i vostri moventi nello specchio del rapporto e vedrete che, nel momento in cui osservate, volete correggere, dite: «Questo è bene, questo è male. Devo fare questo e non quello». Quando vi vedete nello specchio del rapporto, il vostro è un approccio di condanna o di giustificazione e, quindi, distorcete ciò che vedete. Mentre, se osservate semplicemente in quello specchio il vostro atteggiamento nei riguardi della gente, verso le idee e le cose, se vedete soltanto il fatto senza giudizio, senza condanna o accettazione, allora scoprirete che quella stessa percezione ha la propria azione. Quello è l’inizio della conoscenza di sé.
Guardare voi stessi, osservare ciò che fate, ciò che pensate, quali sono i vostri moventi e incentivi e, ciò nonostante, non condannare o giustificare, è una cosa straordinariamente difficile a farsi, perché tutta la vostra cultura si basa sulla condanna, sul giudizio e sulla valutazione; siete stati educati a furia di «Fai questo, e non quello». Ma se siete in grado di guardare nello specchio del rapporto senza suscitare l’opposto, allora scoprirete che non c’è limite alla conoscenza di sé.
Vedete, l’indagine sulla conoscenza di sé è un movimento verso l’esterno che, più tardi, si volge all’interno. Dapprima guardiamo le stelle e poi ci guardiamo dentro. Allo stesso modo, cerchiamo la realtà, Dio, la sicurezza, la felicità, nel mondo oggettivo e, quando non la troviamo lì, ci volgiamo all’interno. Questa ricerca del Dio interiore, del sé supremo, o di quel che volete, cessa del tutto tramite la conoscenza di sé e allora la mente si fa estremamente quieta, non per mezzo della disciplina, ma soltanto attraverso la comprensione, l’osservazione, l’essere consapevole di se stessa, in ogni minuto, senza alternativa.
Non dite: «Devo essere consapevole, ogni minuto», perché quella è soltanto un’altra manifestazione della nostra stupidità, allorquando vogliamo ottenere qualcosa, quando vogliamo raggiungere uno stato particolare. Ciò che importa è essere consapevoli di voi stessi e continuare ad esserlo senza accumulazione, perché non appena accumulate, da quel centro voi giudicate. La conoscenza di sé non è un processo d’accumulazione; è un processo di scoperta, di momento in momento, nel rapporto.
Nient’altro che consapevolezza! La consapevolezza dei vostri giudizi, dei vostri pregiudizi, delle vostre simpatie e antipatie. Quando vedete qualcosa, quel vedere è il frutto del vostro confronto, della vostra condanna, del vostro giudizio, della vostra valutazione, vero? Quando leggete qualcosa, state giudicando, state criticando, state condannando o approvando. Essere consapevoli è vedere, all’istante, tutto questo processo di giudizio, di valutazione, vedere le conclusioni, il conformismo, le accettazioni, i rifiuti.
Ora, si può essere consapevoli senza tutto ciò? Per il momento, tutto quello che conosciamo è un processo di valutazione e quella valutazione è il frutto del nostro condizionamento, del nostro bagaglio di esperienze, dei nostri influssi religiosi, morali ed educativi. Questa cosiddetta consapevolezza è il risultato della nostra memoria – memoria intesa come il «me», l’olandese, l’hindú, il buddhista, il cattolico, o quel che si voglia.
È il «me» – i miei ricordi, la mia famiglia, la mia proprietà, le mie qualità – che guarda, giudica, valuta. Ora, ci può essere consapevolezza senza tutto ciò, senza il sé? È possibile guardare soltanto, senza condanna, osservare soltanto il movimento della mente, della propria mente, senza giudicare, senza valutare, senza dire: «È bene» o «È male»?
La consapevolezza che scaturisce dal sé, che è la consapevolezza della valutazione e del giudizio, fa sorgere sempre la dualità, il conflitto degli opposti – quel «ciò che è» e quel «ciò che dovrebbe essere». In quella consapevolezza c’è giudizio, paura, valutazione, condanna, c’è identificazione. Non è che la consapevolezza del «me», del sé, dell’«Io», con tutte le sue tradizioni, i suoi ricordi e via dicendo. Una simile consapevolezza suscita sempre conflitto tra l’osservatore e l’osservato, tra ciò che sono e ciò che dovrei essere.
Ora, è possibile essere consapevoli senza questo processo di condanna, di giudizio, di valutazione? È possibile che io mi guardi, quali che siano i miei pensieri e non condanni, non giudichi, non valuti? Non so se ci abbiate mai provato. È veramente arduo, perché tutta la nostra formazione, dall’infanzia, ci conduce a condannare o ad approvare. E nel processo di condanna o di approvazione c’è frustrazione, c’è paura, c’è un tormentoso dolore, c’è ansietà, il che è il processo stesso del «me», il sé.
Allora, sapendo tutto ciò, può la mente, senza sforzo, senza cercare di non condannare – giacché nel momento in cui dice: «Non devo condannare», è già intrappolata nel processo di condanna – può la mente essere consapevole, senza giudizio? Può limitarsi a guardare spassionatamente e, quindi, osservare quegli stessi pensieri, quelle stesse sensazioni nello specchio del rapporto – rapporto con le cose, con la gente e con le idee?
Questa tacita osservazione non provoca freddezza, un gelido intellettualismo – al contrario. Se comprendo qualcosa, non deve, ovviamente, esserci condanna, confronto alcuno – è semplice, non vi pare? Ma noi pensiamo che la comprensione scaturisca dal confronto e, in questo modo, aumentiamo i confronti. La nostra educazione è di tipo comparativo e tutta la nostra struttura morale, religiosa è fatta per confrontare e condannare.
Quindi, la consapevolezza di cui sto parlando è la consapevolezza dell’intero processo di condanna e ne è la fine. In essa c’è osservazione senza alcun giudizio – cosa che è estremamente difficile; implica la cessazione, la fine completa del definire, del denominare. Quando mi rendo conto di essere bramoso, avido, stizzoso, passionale, o quel che si voglia, non è possibile osservarlo soltanto, esserne consapevole, senza condannare? – il che significa proprio smettere di attribuire un nome alla sensazione.
Infatti, quando do un nome, per esempio «avidità», l’attribuzione stessa del nome è il processo di condanna. Per noi, neurologicamente, la parola stessa «avidità» è già una condanna. Liberare la mente da ogni condanna significa cessare di attribuire dei nomi. Dopo tutto, il nominare è il processo di chi pensa. E il pensante che separa se stesso dal pensiero – il che è un processo del tutto artificiale, è irreale. Esiste solo il pensare; non c’è alcuna entità pensante; c’è solo una condizione d’esperienza, non l’entità che esperisce.
Così, tutto questo processo di consapevolezza, di osservazione è il processo di meditazione. È, in altri termini, la propensione a sollecitare il pensiero. Per la maggior parte di noi, i pensieri sopraggiungono senza sollecitazione – un pensiero dopo l’altro. Il pensare è incessante; la mente è schiava di ogni sorta di pensiero errabondo.
Se ve ne rendete conto, allora vedrete che può esservi una sollecitazione al pensiero – una sollecitazione del pensiero – e allora un perseguire ogni pensiero che abbia a sorgere. Per la maggior parte di noi, il pensiero giunge non sollecitato; in qualsiasi maniera. Comprendere quel processo e sollecitare, allora, il pensiero e perseguire quel pensiero fino alla fine è l’intero processo che ho descritto come consapevolezza; e in ciò non c’è un denominare.
Allora vedrete che la mente si fa straordinariamente quieta – non con fatica, non attraverso la disciplina, non attraverso una qualsiasi forma di tortura inflitta a se stessi e di controllo. Mediante la consapevolezza delle proprie attività, la mente diventa sorprendentemente quieta, calma, creativa – priva dell’azione di qualsiasi disciplina o di qualsiasi imposizione.
Allora, in quella calma della mente, si presenta il vero, senza sollecitazione. Non potete sollecitare la verità; essa è l’ignoto. E, in quel silenzio, colui che sperimenta è assente. Perciò, ciò che è sperimentato non viene accumulato, non viene ricordato come «la mia esperienza della verità».
Allora la vita ha qualcosa che è al di fuori del tempo – che non può essere misurato da chi lo sperimenti, o da chi meramente ricordi un’esperienza passata. La verità è qualcosa che giunge di momento in momento. Non va coltivata, non va accumulata, immagazzinata e trattenuta nel ricordo. Giunge soltanto quando c’è una consapevolezza in cui colui che sperimenta è assente.”
Tratto da: “Verso la liberazione interiore”, di Jiddu Krishnamurti.







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sabato 22 luglio 2017

QUANDO TI OFFENDONO, PROVA A CAMBIARE LA PROSPETTIVA

Se conosci il nemico, ti è più facile combattere. Me devi combatterlo? Si può anche NON reagire agli insulti. Se qualcuno lo fa nei tuoi confronti, chiediti: perché lo sta facendo?
Vuole forse umiliarti per sentirsi superiore? Allora la sua azione è solo da compatire.
Oppure lui vuole aggredirti per scaricare la propria rabbia? Fatti sempre questa domanda: perché lo sta facendo? E’ a secondo della risposta che devi scegliere come comportarti. Gli altri non ci possono offendere, possiamo solo “offender-сi”. Noi.
Diceva Lev Tolstoj:
“Tutto dipende dal pensiero. E’ l’inizio di tutte le cose. Possiamo gestire i nostri pensieri”.


Se subito dopo aver ricevuto degli insulti cominci a reagire senza pensare, chi ti ha offeso canterà vittoria.
Ma perché, perché gli dai questa possibilità? Come di solito noi reagiamo agli insulti? Ecco come: “Stupido! - Sei tu stupido!”.
E a volte un insulto arriva così all’improvviso che non abbiamo tempo per reagire positivamente. Le parole feriscono, gli aghi entrano nel cuore... Rimaniamo interdetti, e solo dopo ci vengono in mente delle parole giuste.

Ma ora fermati e valuta la situazione. Come stiamo vivendo la nostra preziosa vita? Il nostro nemico ha già dimenticato la sua uscita, mentre noi piantiamo i semi della vendetta, che cominciano a roderci dall’interno. Per che cosa?

Ecco alcuni consigli:
- stai piangendo, ti sei offeso? Prova a cambiare la prospettiva. Come si vede tutto ciò dal cosmo? E’ vero, fa ridere.
- Avvicinati alla finestra e cerca di osservare bene un oggetto lontano, focalizza la tua attenzione su altre cose. Respira. Stai già meglio.
- Ferma la corrente di brutti pensieri. Bevi una tazza di tè. Con miele e limone. Gioca con il gatto. Dimentica.
- E poi? Come comportarsi con quella persona? Se è un tuo amico, parlagli. Digli che la sua uscita ti ha molto amareggiato. Se è un tuo superiore e puoi farci poco, cambia di nuovo la prospettiva. Immaginalo come un piccolo bimbetto che fa capricci, piange e litiga con gli altri. Accarezzagli la testina, dagli da mangiare. Mettilo sul vasetto! Vedrai che ti viene da sorridere non appena immaginerai il tuo capo così. Ma la cosa più interessante è che anche lui comincerà a cambiarsi non appena vedrà la tua superiorità psicologica.
- Un'altra tecnica: “acquario”.
Non appena il capo cominci a gridare, immaginalo come un pesciolino in un acquario, che apre la bocca ma non si sente nulla. Le brutte parole ti scivoleranno di dosso senza toccarti.
- Puoi mostrarti calmo e sicuro di se dicendo “come sei maleducato, come sei rozzo”. A volte queste parole funzionano permettendoti a ritirarti a testa alta.
- E ora apri il rubinetto e grida allo getto d’acqua ciò che pensi. L’acqua porterà via le tue emozioni. Poi sciaquati la faccia e vai a ricevere le tue emozioni positive.
- L’importante è non FARE LA VITTIMA. Buona giornata a tutti (senza conflitti).

advanced mind
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giovedì 13 luglio 2017

INNAMORATI DEL PRESENTE



Innamorati del posto dove stai adesso.
Fai un inchino a ciò che hai.
Lascia andare la speranza della felicità futura; la tua gioia non dipende da "qualcosa di più".
Lascia andare gli obiettivi, e anche il punto d'arrivo... concentrati sul presente.


Sii lento. Sii qui. Respira ...

In realtà, sei sempre qui, malgrado la gran parte del tempo stai cercando di essere "lì". Anche quando ti sembra di essere lì, stai ancora Qui, Il momento presente è la tua casa.
E' possibile vivere con piacere. E' possibile avere un grande successo in questo mondo, fare una vita che piace, nutrire le speranze sul futuro, ed essere pienamente presenti, ancorati al presente.
E' possibile vivere senza fretta, godendo ogni istante della vita, assaggiare il gusto di ogni giorno, invece di volare attraverso i giorni.

Il momento presente non è la fine, è un attimo della vita, completo e realizzato. Vivi il momento presente. La mente lo chiama "l'assenza delle ambizioni". Ma si chiama anche il buon senso, il ringraziamento, la pace, o lo spazio nel quale tutto è possibile...

(Nik. Bulgakov)

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mercoledì 12 luglio 2017

Il mondo dura solo un momento ~ Sri Nisargadatta Maharaji

V. Perché neghi l’esistenza del mondo?
M. Non nego il mondo. Lo vedo apparire nella coscienza, che è la totalità del conosciuto nefl’immensità dell’ignoto. Ciò che ha un inizio e una fine è soltanto apparenza. Del mondo si può dire che appare, ma non che è. L’apparizione può durare molto a lungo secondo una determinata scala temporale e molto poco secondo un’altra, ma alla fine il risultato è lo stesso. Tutto ciò che è legato al tempo è momentaneo e non ha realtà.
Sri Nisargadatta Maharaj, estratto da “Io Sono Quello“

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Io Sono Quello
Conversazioni col maestro
Voto medio su 5 recensioni: Da non perdere

lunedì 10 luglio 2017

Il primo passo sul sentiero del discepolato

L’individuo entra sul sentiero del discepolato con la ferma intenzione di compiere in un limitato numero di vite ciò che l’uomo ordinario compirà in centinaia e centinaia di esistenze. Tutti evolvono in maniera meccanica... ma con tempi geologici, mentre il discepolo contravviene alle leggi di natura desiderando evolvere volontariamente e in tempi limitati. Anziché salire agevolmente utilizzando la strada che gira intorno al monte, egli vuole inerpicarsi su per il fianco scosceso, non volendo attardarsi sul sentiero già battuto da molti altri.


Quale sarà il primo risultato di questa indomita volontà? Si troverà coinvolto in difficoltà molto maggiori rispetto all’uomo comune. Quello che guadagnerà in tempo, lo pagherà con la dura fatica. Da quel giorno, precipizi e pareti a picco saranno per lui la norma. L’uomo che muove il primo passo sul sentiero del discepolato chiama a sé tutto il suo karma passato, che deve essere in massima parte esaurito prima che egli sia pronto per la prima iniziazione.


I Signori del Karma hanno davanti ai loro occhi onniveggenti il registro della vita di ogni uomo, i cui conti ancora in sospeso dovranno essere saldati prima che egli possa varcare la soglia dell’iniziazione. E il fatto di porre deliberatamente piede sul sentiero, costituisce un appello ai Signori del Karma, affinché essi tirino le somme e gli offrano l’opportunità di saldare il karma, un po’ come chiedere il conto al ristorante perché si ha bisogno di andar via velocemente.


A causa di ciò, il karma che avrebbe dovuto ripartirsi su decine di vite, deve essere esaurito in poche, forse in una sola vita, rendendo in tal modo la strada molto difficoltosa da percorrere. Può sembrargli che tutto sia contro di lui, può parergli che la Gerarchia dei Maestri lo abbia abbandonato. Si trova in mezzo a guai di famiglia, difficoltà sul lavoro, malanni psicologici e fisici.


Perché proprio quando decide di dedicarsi al meglio, gli accade il peggio? Perché proprio quando decide di vivere più rettamente di quanto non abbia mai vissuto prima, devono assalirlo tutte queste sofferenze? Sembra così ingiusto, così duro, così crudele trovarsi trattato dal destino più duramente che mai, proprio quando decide di consacrare la propria vita al mondo superiore.



Eppure egli deve restar saldo in mezzo alle prove, non deve permettere a nessun sentimento d’ingiustizia di penetrare in lui. Non v’è niente d’ingiusto in quanto gli sta capitando. Volendo ottenere di più rispetto a quanto aspiri ogni altro uomo, ha sfidato il suo karma e quindi non può meravigliarsi se viene immediatamente chiamato ad esaurirlo. D’altronde ogni debito karmico che egli paga è cancellato per sempre dai registri akashici e non lo disturberà mai più.


Se le malattie lo colpiscono e se le angosce lo affliggono, deve pensare che è un bene essersi liberato da qualche peso che probabilmente grava su di lui da millenni. Ogni sofferenza non è inutile. Ciò che è stato sofferto appartiene oramai al passato e non più all’avvenire.


Lieto in mezzo agli affanni, fiducioso di fronte allo scoraggiamento, soddisfatto in mezzo alle pene... poiché il discepolo sa bene che se non vi fosse risposta, vorrebbe dire che la sua voce non è giunta agli orecchi della Gerarchia e la sua preghiera è ricaduta sulla Terra. Le sofferenze rappresentano unicamente la risposta all’appello da lui lanciato quando ha posto il primo piede sul sentiero.



Salvatore Brizzi
(professione: cane di Dio
D.O.G. = Dogs Of God)

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domenica 9 luglio 2017

Risveglio e ricordo di sé

Quando la mattina abbandonate il sonno fisico e vi alzate dal letto, sprofondate immediatamente in una condizione definita “identificazione”. Se fosse sufficiente alzarsi dal letto per essere svegli... tutto il mondo funzionerebbe diversamente. In questo stato di identificazione non possedete una consapevolezza autonoma, perché venite assorbiti – vi perdete – in tutto ciò che fate, dite e pensate. Non essendo presenti a voi stessi, ma persi nelle attività, interne o esterne che siano, non potete definirvi svegli nel senso più completo del termine.


L’essere umano che si trova in questa condizione non è un individuo vero, bensì una macchina biologica priva di
a) unità interiore (un io permanente)
b) reale volontà
c) libero arbitrio
d) padronanza di sé
e) coscienza di sé,
si riduce, cioè, a una macchina manipolata da forze esterne, poiché, a ben guardare, si limita a reagire meccanicamente agli stimoli provenienti dall’ambiente circostante.


Far notare alle persone ordinarie che è perfettamente possibile restare addormentati nonostante la posizione verticale, difficilmente sortisce qualche effetto. Loro sono convinte che per il solo fatto di essersi alzate dal letto al mattino, sono divenute persone pienamente responsabili, padrone di se stesse e totalmente coscienti. Il fatto che a seconda dello stimolo proveniente dall’ambiente esterno, siano costrette a provare rabbia, imbarazzo o ansia, senza averlo chiesto e senza poterci fare nulla, non le induce a manifestare il minimo dubbio circa la solidità della loro coscienza, della padronanza di sé e del loro libero arbitrio. Ed è questo il vero mistero.


È quasi impossibile convincere chi la pensa così che sta ingannando se stesso, perché, non appena si sente dire di non essere cosciente, scatta in lui un meccanismo che lo risveglia per un istante e gli fa dire con indignazione: «Guardi che io sono pienamente cosciente di me!». Voglio farvi notare che proprio grazie a questo terribile trucchetto della natura, a causa della domanda ricevuta il terricolo si auto-osserva per un attimo e diventa in effetti cosciente. Se anche adesso, voi che state leggendo, vi fermate un istante e vi chiedete se siete coscienti, immediatamente smettete di essere identificati con il contenuto della lettura e divenite in effetti coscienti di voi. Ma quando ricomincerete a leggere non lo sarete più, perché ricadrete nell’identificazione, a meno che non facciate degli sforzi per restare coscienti mentre leggete: ciò che viene chiamato “ricordo di sé”.



Il drammatico trucchetto della natura, però, fa sì che l’individuo creda di essere sveglio sempre, e non solo per qualche istante a causa della domanda ricevuta. Si allontanerà da voi convinto di essere una persona cosciente, padrona di sé, in possesso di libero arbitrio e, naturalmente, abbastanza simpatica. Inoltre, a peggioramento della situazione, questa persona addormentata è attorniata da persone altrettanto addormentate, e la cultura in cui vive fa di tutto per perpetuare questo stato di sonno, in quanto chi dorme, forse non piglia pesci, ma sicuramente compra di tutto all’interno di affollati ipermercati.


L’Alchimia e la Magia – quando sono reali – si fondano sulla possibilità per l’essere umano, uomo o donna che sia, di uscire dal suo stato di sonno attraverso uno sforzo intenzionale, esercitato con perseveranza. Il ricordo di sé è una separazione della coscienza da tutto quello che facciamo, pensiamo e sentiamo. La coscienza smette progressivamente di restare identificata – addormentata – nelle attività della macchina biologica e diviene cosciente di sé, ossia cosciente di essere qualcosa di differente rispetto a fisico, emozioni e pensieri. Grazie a tali sforzi, non si limita a pensarlo con l’intelletto, bensì lo realizza.


Il simbolo del ricordo di sé è una freccia a due punte, che indica una duplice consapevolezza: verso l’interno e verso il mondo esterno. Si crea cioè un valore aggiunto, detto "osservatore" o "testimone", che è la consapevolezza oggettiva di sé, il senso di esserci. Si crea in questo modo un senso di distacco, di non identificazione coi pensieri, che prima non c'era. Infatti identificazione e ricordo di sé si escludono a vicenda, così come una stanza non può essere al contempo buia e illuminata.


(mentre leggevate, vi siete di nuovo persi, vero?)


Salvatore Brizzi
(professione: cane di Dio
D.O.G. = Dogs Of God)

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sabato 8 luglio 2017

THE SPIRAL



Il filosofo pitagorico Platone affermò enigmaticamente che c'era una chiave d'oro che unificava tutti i misteri dell'universo. La chiave d'oro è l'intelligenza dei loghi, la fonte dell'amore primordiale. Si potrebbe dire che sia la mente di Dio. La fonte di questa simmetria divina è il più grande mistero della nostra esistenza. Molti dei pensatori della storia come Pythagoras, Keppler, Leonardo da Vinci, Tesla ed Einstein sono arrivati alla soglia del mistero. Ogni scienziato che guarda profondamente nell'universo e ogni mistico che guarda profondamente dentro di sé finisce di fronte alla stessa cosa: la Spirale promordiale

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